#70anniCatania: Ingiustizie e vergogne

Il Catania Calcio spegne settanta candeline. La società come noi la conosciamo, matricola 11700, è nata il 24 settembre 1946 a due passi da piazza Stesicoro, diretta discendente di quella Afc Catania sciolta tre anni prima dalla forza della guerra mondiale. Settant’anni sono un traguardo da tagliare ripensando però anche a quante volte si è temuto per la sopravvivenza del club. Partendo dalla prima partecipazione alla Serie A.

ASSEGNI SMARRITI.  Nel 1955 si perde la categoria a tavolino, la Serie A, per il primo Caso Catania. La storia racconta di un arbitro, Ugo Scaramella, che avrebbe offerto alla dirigenza rossazzurra la propria abilità per sistemare le partite contro Genoa e Atalanta. Il vicepresidente dei rossazzurri, Giuseppe Galli, avrebbe risposto pagandogli tre rate da mezzo milione di lire, con la mediazione di Giulio Sterlini, ex segretario rossazzurro e giornalista.  Cosa succeda in realtà non è stato del tutto chiarito: la giustizia sportiva condanna comunque il Catania alla retrocessione perché la linea difensiva è piuttosto leggera. Si basa sulla teoria di un complotto orchestrato da Sterlini insieme all’ex presidente Arturo Michisanti e su un blocchetto degli assegni, proprio quello da cui sarebbero stati girati i soldi per Scaramella, a cui mancano le matrici incriminate. Troppo poco: il Catania perde così la sua prima Serie A con la macchia di un caso di corruzione.

MASSIMINO. Negli anni a seguire, il Catania viene salvato dai milioni investiti da un nuovo presidente, Angelo Massimino, che pure per questo – dopo essere stato tanto osannato quanto criticato – sarà ricordato come Presidentissimo. Tutto però sembra perduto nell’estate del 1993. La Figc, allora presieduta da Antonio Matarrese, è intransigente di fronte alle ragioni di Massimino riguardo a una fidejussione presentata in ritardo, e decide che il nome del Calcio Catania 1946, con tutta la sua storia, vada radiato, cancellato. Mentre i tifosi rossazzurri si incatenano davanti alla sede della Figc, Massimino inizia una battaglia per tenere il Catania in vita. Combatte contro la Figc, contro la stampa e contro la politica che intanto guardano con favore l’ascesa di un nuovo club: l’Atletico Catania.  Matarrese deve però arrendersi il 9 ottobre 1993 davanti alla sentenza del Cga (Consiglio di giustizia amministrativa) che dà ragione a Massimino. La Figc riammette il Catania ma lo colloca inEccellenza. Il Catania però può ripartire, grazie a Massimino, e iniziare la sua ascesa verso il ritorno in A.

INCATENATI A ROMA. Dieci anni dopo lo stadio Cibali porta il nome del Presidentissimo – scomparso nel 1996 – e il Catania è appena ritornato in serie B sotto la presidenza della famiglia Gaucci. C’è maretta, si rischia di naufragare subito in Serie C1. Una vittoria a tavolino contro il Siena però, può salvare il veliero. Tuttavia, la Corte Federale – l’organo della Figc, allora presieduta da Franco Carraro – si arroga un potere che non ha e toglie al Catania due punti che causano la retrocessione. Come nell’estate del 1993 scoppia la rivolta a Catania. I Gaucci iniziano una nuova battaglia legale. I tifosi si incatenano di nuovo davanti alla Figc. Si va al muro contro muro tra giustizia ordinaria – che dà ragione al Catania – e giustizia sportiva che asseconda il volere di Carraro. Alla fine è il Governo che trova «una soluzione eccezionale e non ripetibile che ponga la parola fine alla vicenda, con la formula che riterrà più opportuna e funzionale»: nel 2003-‘04 la Serie B si allarga a 24, C’è anche il Catania al via. E un altro tentativo di affossare la società è respinto.

AUTODISTRUZIONE. Nel 2013 il Catania – tornato in serie A nel 2006 –  continua al sua ascesa e sfiora la qualificazione in Europa League. Il presidente, Antonino Pulvirenti, non è però soddisfatto e chiama al dirigere il club un ex procuratore argentino: Pablo Cosentino. La sua squadra, costruita con schizofrenia e costosi investimenti, retrocede con pochi rimproveri da parte della stampa e tanti slogan sul sicuro ritorno tra le grandi. Ma in serie B va ancora peggio. Il tifo si spacca, la squadra rischia la Lega Pro. È allora che Pulvirenti – secondo la Procura di Catania – si veste dacapostazione e cerca di combinare alcune gare. Scoperto: confessa ai giudici, si dimette da presidente e mette in vendita il club. La giustizia sportiva lo condanna e retrocede il Catania in Lega Pro. Il club finisce sull’orlo del dissesto economico. Per due anni – gli ultimi due – rischia di non iscriversi al campionato con la conseguenza di perdere il nome Calcio Catania 1946, la matricola e di dovere ricominciare dai dilettanti.  Un’autodistruzione di cui i massimi dirigenti sono di certo protagonisti assoluti, che si spera conclusa col ritorno di Pietro Lo Monaco, ma sulla quale la giustizia ordinaria non ha fatto ancora completamente luce.

da Mondo Catania

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