Riscoprendo Gianni Naso, il padre del Calcio Catania

Nel momento in cui appoggia la penna sul documento che sancisce la nascita del Club Calcio Catania, Gianni Naso tira un profondo sospiro di sollievo. Mesi di trattative estenuanti trovano un senso: rinasce la squadra dell’Elefante, i tifosi possono tornare a tifare per il sodalizio del pallone che ha sfiorato la Serie A. Anni prima, Gianni era tra i tifosi della tribunette di legno del campo dei Cent’Anni, in piazza Verga, quando alla squadra di Géza Kertész sfuggiva allo scadere la vittoria contro il Genova. Ora, martedì 24 settembre 1946, ore 21, Catania torna ad avere un undici che possa ambire ai massimi traguardi.

Dopo lo scioglimento dell’AFC Catania, tre anni di anarchia hanno dato spazio a tante squadrette arrangiate alla buona. La nostalgia è tanta, la tifoseria rivuole il suo Catania: bisogna ricostituire il sodalizio con le maglie a strisce rossazzurre.

Ed è così che in via Costarelli 8, a due passi da piazza Stesicoro, Naso, presidente provinciale del CONI, riesce a radunare altri nove uomini di sport. C’è Angelo Vasta, braccio destro del commissario Vespasiano Trigona duca di Misterbianco, mente della squadra che ha conquistato la prima Serie B e tra i maggiori esponenti del nuoto a Catania. Ci sono il primo presidente del “CCC” Santi Manganaro-Passanisi, il giornalista Giulio Sterlini, Sebastiano Porto, Vincenzo Mannino, Giuseppe De Cicco, Andrea Romano, Antonino Maugeri e Giuseppe Avola.

Gianni Naso però ha qualcosa in più degli altri. Nato il 19 giugno 1914, con un gruppetto di amici fonda il Club Atletico Giglio Bianco. Siamo nell’estate del 1944, la Sicilia è già liberata. Il primo impegno è con la pallacanestro, ma l’attività della polisportiva di Naso si espande rapidamente: atletica leggera, scherma, ciclismo, pattinaggio e nuoto vengono toccati uno dopo l’altro.

Se da un lato la pallacanestro raggiunge le semifinali interregionali del campionato nazionale (miglior risultato di sempre della palla a spicchi etnea, con Mangano, Lajacona e Ventura stelle di un gruppo esperto), dall’altro è la pallanuoto la punta di diamante dell’attività dei biancogligliati. Gianni Naso si coccola i suoi campioncini: sotto la sua presidenza, per cinque campionati di fila fanno gli spareggi per la A, vincendo dal 1947 al 1951 il girone di Serie B. Calabretta, D’Arrigo, Lanzafame, Bartoli, Pennisi e Platania sono alcuni dei nomi che saliranno alla ribalta nazionale. E poi ci sono gli atleti, come lo staffettista Baldassarre Porto e il marciatore Gianni Corsaro, protagonisti ai Giochi Olimpici di Londra 1948.

Ma Naso guarda anche oltre: è un pioniere dello sci sull’Etna. La Coppa Amato Aloisio è la prima competizione nazionale organizzata alle pendici del vulcano; Signorelli e Castelli vincono i campionati siciliani di fondo e discesa libera. Lo definiscono «animatore dello sport catanese»: è vero, è lui a rivitalizzare l’ambiente etneo nel dopoguerra.

Il calcio però è un suo cruccio: com’è possibile che non si riesca a fare una squadra unica e forte? Nel giugno 1946, Naso mette attorno a un tavolo Vasta e Manganaro, presidente di due delle squadrette locali: si trova il nome della nuova società, ma non l’accordo. Mancano soldi, volontà, un campo all’altezza (il Cibali versa in condizioni disperate), collaborazione tra i dirigenti; gli sportivi più anziani come Ruggero Albanese sono anche messi ai margini. Quando tutto sembra perso, la diplomazia di Naso vince: ed ecco la nascita del Club Calcio Catania.

«Mi sono premunito, formando una consulta di commercianti disposti ad aiutarci: i primi veri soci del sodalizio rossazzurro, con elefante sul petto, sono gli amici macellai», ricorda lui, nel 1999. Anche il duca di Misterbianco gli dà un assegno da 100 mila lire: il budget è così completo, la prima pietra è posata.

Naso nel 1951 lascia Catania per trasferirsi a Roma, dove per anni sarà responsabile del Gruppo ufficiali di gara della Federnuoto; otterrà anche il titolo di cavaliere del Santo Sepolcro. Tornerà spesso a Catania, ma sarà la capitale a salutarlo, il 17 dicembre 2002.

da Paesi Etnei Oggi, pp. 28-29

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