Sulla strada dell’Orlandina

«Ciao, domenica c’è l’Olimpia Milano a Capo d’Orlando, partiamo?» Che la chiamata parta da Milazzo, da Porto Palo o da Marsala fa poca differenza; se dall’altro capo del telefonino risponde un appassionato di basket il viaggio è presto organizzato. Non ci sono viadotti caduti che tengano, impegni domenicali con la famiglia o biglietti introvabili: la quarta stagione dell’Orlandina nella massima serie è stata un altro successo regionale, perché alla tensostruttura del PalaFantozzi si è registrato sempre il pienone. Agli sportivi del comune nebroideo si aggiungevano i cestofili provenienti dai tre angoli dell’Isola, poco importa che l’avversaria si chiamasse Milano, Sassari, Varese o Caserta.

Il basket siciliano ha avuto quest’anno in Serie A una truppa che ha tenuto alto l’onore della tradizione dei paladini. Con una squadra costruita all’ultimo per il ripescaggio ottenuto solo ad agosto inoltrato, il gm Peppe Sindoni ha cucito e scucito la sua tela di Penelope varie volte in cerca dell’assetto migliore. L’unica parte dell’arazzo rimasta intonsa è quella che riguarda il nucleo degli italiani, forse il capolavoro della strategia di coach Giulio Griccioli.

A inizio settembre, durante la prima amichevole contro la Viola Reggio Calabria, l’allenatore (che ha ereditato da Gianmarco Pozzecco la squadra vicecampionessa di DNA Gold) confessò: «Ci siamo assunti consapevolmente il rischio di avere una media età alta: ma giocheremo una volta la settimana e dovremo essere bravi a portare i giocatori ad allenarsi sempre nelle migliori condizioni». Dalla seconda serie erano rimasti capitan Matteo Soragna, Gianluca Basile e Sandro Nicevic; a loro s’era aggiunto Andrea Pecile. Media età? 38 anni. “È un azzardo”, ha pensato più di un addetto ai lavori.

Eh, no. Sui parquet 1+1 non fa 2. Così come 40 anni non fanno un giocatore bollito, nemmeno nella massima serie. Lo sanno bene, e lo ricorderanno in futuro, al PalaDelMauro di Avellino. «40 minuti di zona bulgara e brutti come il peccato. Ma alla fine se giochi di squadra e metti un po’ di sacrificio la porti a casa. #GoCapo» twittò capitan Teo, già protagonista con l’Italia della medaglia d’argento alle Olimpiadi d’Atene, una vita fa, e ora anima di una squadra capace di vincere senza il miglior realizzatore (Austin Freeman, volato a Roma e non sostituito se non dopo il 65-75 in Irpinia) e con i vecchietti italiani in campo. Arrivassimo tutti così alla soglia degli “…anta”!

Gli stranieri sono stati la croce portata a spalla per i mesi di campionato. Non per le loro qualità, ma perché non s’è trovato mai l’assetto migliore tra infortuni e rendimento altalenante nei momenti più importanti. Così la squadra passava da vittorie esaltanti (cinque di fila in casa a cavallo di Natale hanno sancito la salvezza, togliendo di mezzo big come Sassari, Varese e Venezia; quella d’aprile contro Milano rimarrà negli annali della storia del basket siciliano) a sconfitte indisponenti e irritanti che hanno fatto aspettare più del dovuto prima di festeggiare la quarta permanenza nella massima serie.

Cinque stranieri sono arrivati, cinque se ne sono andati: l’unico a rimanere dall’inizio alla fine è stato il pivottone Dario Hunt, 206 centimetri di solidità; e anche Dom Archie e Sek Henry hanno disputato una stagione in biancazzurro indimenticabile, con il primo che è stato chiamato da Ostenda a salvezza raggiunta.

In vista dell’anno prossimo, il PalaFantozzi rimane il tempio del basket siciliano, insieme al PalaMinardi di Ragusa, al PalaIlio di Trapani e al PalaMoncada di Porto Empedocle. Sarà in questi quattro impianti che tutti gli appassionati di pallacanestro dell’Isola avranno un appuntamento domenicale da onorare: vedere i migliori giocatori del campionato italiano, beniamini di casa o rispettati avversari.

da Move in Sicily, p. 20

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