Quando nel ’57 le ragazze dell’Acese conquistarono la Serie A

Ci fu un tempo in cui Acireale aveva l’ambizione di andare in Serie A. Nel 1957 la Polisportiva Acese rilevò in blocco le ragazze della Libertas Catania che pochi mesi prima si era qualificata per gli spareggi per la massima serie contro Palermo e Roma a Napoli. Era una squadra le cui protagoniste si chiamavano Adriana Marino, Bettina Grisiglione, Violetta Gottini e Rosetta Montanini, nomi importanti per un decennio in cui il basket femminile catanese si resse interamente sulle loro spalle.

«Eravamo tutte di Catania – ricorda Anna Giuffrida, una delle componenti della formazione azzurra –, ma la squadra si chiamò Acese perché da là veniva lo sponsor, che pagava le trasferte. Ci accompagnava Gianni Pistarà, ci allenarono prima Santo Caponnetto poi Amerigo Penzo, che portò anche la nostra “straniera” da Venezia. Giocammo gli spareggi per la Serie A, la promozione arrivò ma non abbiamo mai giocato lì. Avevamo anche una mascotte: il pupazzo del “Musichiere”, il celebre programma tv a cui aveva partecipato Adriana Marino. Eravamo noi le uniche ragazze a giocare, a fare tutti i campionati, anche studenteschi, e la Coppa Sicilia».

Penzo era un guru, giunto in Sicilia su richiamo del presidente della Grifone maschile, il professore Alberto Di Blasi, che voleva portare in A anche la formazione del capoluogo. Il coach veneziano aveva vinto anche un titolo a Venezia, durante la guerra, ed ebbe il merito di perfezionare il lavoro svolto negli anni precedenti da Santi Caponnetto, mitico professore di educazione fisica animatore d’ogni competizione.

La Serie A, dunque, non arrivò. Ma dalla Promozione, vinta contro avversarie come l’Enal Trapani e la Fiamma Piazza Armerina, si passò in Serie B. Le trasferte erano più lunghe: Bari, Napoli, Palermo, Messina. L’Acese si distinse ugualmente: con tre vittorie e cinque sconfitte concluse terza. Poi tornò il buio. Ad Acireale, per riavere una formazione femminile competitiva, si dovette aspettare l’impegno del San Luigi, trent’anni dopo. A Catania, invece, l’attesa durò fino all’avvento del CUS di Gianni Di Maria.

da La Sicilia, p. 20

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