Basta parassiti, regionali nei cantieri

PALERMO – Le scintille tra il premier Matteo Renzi e il presidente dei governatori Sergio Chiamparino sulla legge di stabilità ripropongono il vecchio dilemma sulla spending review. Si possono tagliare i trasferimenti alle Regioni senza tagliare i servizi che offrono? No, secondo chi parla di «taglio delle tasse statali» attraverso «la decurtazione dei servizi nelle Regioni» (come Nichi Vendola); secondo il premier sì, tagliando tutte quelle spese veramente superflue.

Non è qui che possiamo discutere su chi abbia ragione, ma si può considerare che alcuni costi, nella Regione siciliana, si siano gonfiati a causa delle politiche sballate dei molti governi che si sono alternati negli ultimi vent’anni. Prima fra tutti, come il QdS denuncia da sempre, è stata l’assente strategia sulle assunzioni. È indubbio che la macchina della Regione sia stata ingolfata, nel tempo, da un numero di dipendenti che, in certi settori, è sovradimensionato. È vero altresì che molti uffici sono privi di personale specializzato o dotato di certe competenze.

Regionali in esubero

I dati dimostrano però che il numero dei dipendenti necessari per far andare avanti la macchina amministrativa è di molto inferiore a quello attualmente presente nell’organico regionale. Nelle inchieste del 28 agosto e del 7 settembre 2012, il QdS faceva notare come alla Lombardia, secondo il Conto annuale del Tesoro, bastassero meno di 6.500 dipendenti, tra regionali, statali e provinciali. In Sicilia, invece, solo i regionali erano quasi 20.300. Com’è possibile che una regione come la Lombardia, che conta il doppio degli abitanti della Sicilia con la sua stessa estensione territoriale, possa funzionare (e anche molto bene) con 13.800 dipendenti in meno? A due anni di distanza, i regionali siciliani sono diminuiti (oggi se ne contano 17.538), quindi si può arrotondare a diecimila unità la cifra dei dipendenti che potrebbero anche non lavorare per l’amministrazione regionale.

I nostri regionali costano
18 volte quelli lombardi

Questo surplus di dipendenti ha riflessi notevoli anche sui costi, ed ecco che si torna alla questione “spending review”. Nella Relazione Copaf – Istat pubblicata dal QdS l’1 settembre 2010 risultava che a noi siciliani gli stipendi dei regionali costano 18 volte rispetto a quanto pagano i lombardi, ovvero 350 euro l’anno, circa 30 euro al mese, contro 20 euro l’anno pagati da ciascun cittadino lombardo. Una bella differenza che si è mantenuta fino ad oggi, perché la causa dell’onerosità della nostra spesa non è stata ancora rimossa, dopo due anni di governo Crocetta pieno di promesse. Ovvero: i contratti esclusivi per il personale regionale siciliano concordati da Aran Sicilia e sindacati, prevedono stipendi in media più alti di quelli del contratto Regioni e Autonomie locali, che si applica nelle Regioni ordinarie.
Aprire i cantieri per spendere
i fondi europei

Nessuno va licenziato, ma la proposta provocatoria portata avanti dal QdS è quella d’impiegare i lavoratori in più in tutti quei cantieri che la Regione dovrebbe aprire, magari per spendere tutti i fondi europei (7,5 miliardi di euro residui dalla programmazione 2007-13 e 20,7 miliardi per il 2014-20) impantanati nelle pastoie della burocrazia. Sarebbe una spinta per l’economia isolana, ma anche un modo per dimostrare che la politica delle assunzioni delle regioni risponde anche a una spinta per lo sviluppo.
Dissesto idrogeologico. Se si applicassero tutte le indicazioni degli esperti per prevenire gli eventi causati da fattori atmosferici, si spenderebbe meno di quanto si deve sborsare per sanare i disastri. “Negli ultimi 20 anni – scrivevamo su queste pagine l’8 febbraio – per ogni miliardo stanziato in prevenzione ne sono stati spesi oltre 2,5 per riparare i danni”. In più, dal 1999 al 2014 il ministero ha finanziato 424 interventi, dei quali appena 202 sono stati ultimati. I progettisti avrebbero a disposizione fondi comunitari, fondi ex Fas, fondi di coesione e fondi regionali, oltre al fondo Apq che solo per la Sicilia aveva una disponibilità di 325 milioni di euro.
Incompiute. Ci sono 5,5 miliardi di euro bloccati per completare le opere pubbliche incompiute. Da spreco e speculazione a dono alla comunità il passo è breve; in più, secondo la Cgil, il Pil potrebbe aumentare così del 6 per cento.
Opere pubbliche. Anche la tela di Penelope del ponte sullo stretto potrebbe avere un rilancio, considerando che le penali altissime (tra i 300 milioni e il miliardo di euro) renderebbero molto più appetibile l’investimento rispetto al disimpegno totale. Se n’è riparlato a fine settembre, ma la decisione è sempre rinviata.
Impianti waste to energy. Altro aspetto da non sottovalutare è la costruzione degli impianti industriali per la produzione di energia con l’utilizzo dei rifiuti solidi urbani: un progetto che coinvolgerebbe i privati e vedrebbe la Regione impegnata per fornire i terreni e nel coordinamento delle forze in campo.
Le idee ci sono, sta alla Regione dare lo stimolo giusto, usando al meglio la propria forza-lavoro.

dal Quotidiano di Sicilia, p. 7

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