Fondi Ue 2007-13, Regione scellerata

PALERMO – In Spagna si stanno giocando i mondiali di basket e la Lituania è tra le nazionali che più hanno colpito, per le qualità in campo e per i colori della tifoseria. La Lettonia, invece, saltò agli onori delle cronache pochi mesi fa per il crollo del tetto di un supermercato che causò una cinquantina di morti. Per il resto, è davvero difficile sentire parlare in Italia di questi due Paesi che si affacciano al mar Baltico. Eppure, pochi giorni fa l’Eurispes ha diramato uno studio in cui li elogia come regioni da imitare per la spesa dei fondi Ue.

Ne “I fondi strutturali dell’Unione europea e l’attuazione dei Programmi operativi”, i tecnici dell’ente privato (attivo nel campo della ricerca politica, economica e sociale) hanno lanciato due allarmi: rischiamo di dover tornare vari miliardi di euro non spesi all’Unione europea e i Paesi dall’Europa orientale, tra cui proprio Lettonia e Lituania, rischiano di attrarre altre risorse proprio a scapito della poco efficiente macchina burocratica italiana.

Il problema è grave, la concorrenza con l’Est europeo, e in particolare con i Paesi baltici, rischia di danneggiarci: il governo di Vilnius ha speso l’80,1 per cento nel Fesr complessivo (l’Italia è al 45%), quello di Riga il 95 per cento nel Fse (contro il 58,7% italiano). Conta poco che le cifre siano minori rispetto a quelle impegnate per Roma: sapendo spendere meglio gli obiettivi si raggiungono davvero. Solo la Romania fa peggio di noi.

La Sicilia, a cui sono destinati grandi risorse, rischia di veder sfumare 2,4 miliardi di euro dei fondi Por, il Programma operativo regionale dell’Ue, divisi in 1,95 miliardi del Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) e 0,45 miliardi del Fse (Fondo sociale europeo) della programmazione settennale 2007-2013. Le somme saranno infatti disimpegnate se non verranno spese entro il 31 dicembre 2015, secondo quanto ha riportato lo studio già citato.

È vero che la Sicilia ha già speso 1,9 miliardi sui 4,3 miliardi disponibili (l’importo più alto per le Regioni), ma è una cifra insufficiente: appena il 44,3 per cento della somma totale. È come se un nipotino decidesse a un certo punto di rinunciare a una parte dei soldi ricevuti dai nonni per il compleanno, perché non sa come spenderli. O meglio, magari lo sa, ma non riesce a ideare nulla di fattibile per poter acquistare.

Il rammarico cresce pensando che il confronto tra i due Paesi baltici e la Sicilia non è così impietoso per molti indicatori. Singolarmente sono due Stati grandi più o meno due volte e mezza la Sicilia, ma solo insieme arrivano alla popolazione dell’Isola del Mediterraneo: più di tre milioni sono i lituani, due milioni sono i lettoni. Secondo il Check-up Mezzogiorno di Confindustria, il loro Pil pro capite ha avuto un boom negli anni della crisi. In Lituania si è passati dal 61,5% rispetto alla media Ue nel 2010 al 69,9% nel 2012; in Lettonia il balzo è stato maggiore, dal 54,1% al 64,3%. La Sicilia, invece, tra il 2009 e il 2011 ha visto crollare il Pil pro capite dal 68,8% al 64,9% della media Ue.

In termini assoluti, ciò significa che il Pil in Lituania nel 2012 era di 21,4 mila euro a cittadino, in Lettonia 18 mila euro pro capite (secondo i dati del Fondo monetario internazionale), mentre in Sicilia è ulteriormente sceso a circa 17 mila euro pro capite nel 2013 (secondo l’ufficio studi Confcommercio).

Per i fondi europei, esfondi.lv, il sito di comunicazione dei fondi europei in Lettonia, riporta che al 31 luglio sono stati impegnati 4,6 milioni di euro (il 102,5% delle risorse!) e già erogati 3,5 milioni di euro (il 77%) tra Fesr, Fse e fondo di coesione. La Lituania (tramite esparama.lt) comunica invece di aver approvato progetti per 7,6 milioni di euro (anche qui oltre il 102% delle risorse Ue), i pagamenti sono pari a 6 milioni di euro (l’82%) e le richieste totali superano il 135% dei fondi destinati alla spesa.

Cosa s’è fatto? A Vilnius, un progetto di social housing ha rivitalizzato il quartiere Skuodas; si è investito nel polo di fisica della Saulėtekio slėnis, la “valle dell’alba”; in Lettonia, si è pianificata la bonifica dell’area di Inčukalns; lo Spīķeri, a Riga, è diventato un’importante sala concerti; sempre a Riga, è stata completata un’altra fase di un lungo progetto per dare acqua potabile e rendere efficiente il sistema fognario. E in Sicilia? Si aspetta ancora.

PALERMO – Ricordate l’indice di competitività? Se ne parlò esattamente un anno fa all’uscita del Regional competitiveness index (Rci), un volume che tiene conto di tutti i fattori che possano rendere una regione competitiva o meno e che mette dunque a confronto tutte le aree dell’Unione europea, stilato dagli esperti della Commissione Paola Annoni e Lewis Dijkstra. La Sicilia languiva in posizioni di classifica vicine alla coda, con una situazione che dal 2006 al 2013 era peggiorata sia in termini assoluti che relativi.

La Lettonia e la Lituania, in realtà, non stanno tanto meglio, ma confrontando i dati degli ultimi tre rapporti anche loro hanno cambiato marcia e hanno superato la maggiore Isola del Mediterraneo. Nel 2006-’07, anno di uscita dello European competitiveness index (Eci, che presentava delle caratteristiche un po’ diverse ma che aveva lo stesso fine del Rci), la Regione di Bruxelles guidava l’indice con un punteggio di 193,5; la Sicilia era 97ª con 68,8 punti (undici posizioni indietro rispetto all’indice precedente), la Lituania e la Lettonia, nuovi ingressi nel ranking, rispettivamente 110ª e 113ª; ultima la regione polacca di Wschodni al 118º posto. Già nell’indice successivo, il Rci 2010, la Lituania aveva superato la Sicilia (203ª contro 216ª) e la Lettonia era molto vicina (219ª); nel Rci 2013, entrambe sono andate avanti (Lituania 235ª, Lettonia 237ª e Sicilia 246ª).

I due Paesi baltici ci sopravanzano per i punteggi nell’educazione e nei programmi di apprendimento permanente e nell’innovazione (sia scientifica che nell’ambito lavorativo). La Sicilia ha punteggi nettamente migliori solo nella grandezza del mercato economico a cui si rivolge. Tuttavia, sono tanti piccoli dettagli che portano Lituania e Lettonia un passo avanti alla Sicilia e dunque potrebbero essere imitati per un vero sviluppo sostenibile.

PALERMO – La forza sta nella cooperazione transfrontaliera. Un altro motivo per il quale Lettonia e Lituania riescono a spendere bene i fondi europei è la possibilità di crescere insieme alle regioni vicine. In primis è stato varato il programma operativo lettone-lituano, per il periodo 2007-2013, tra le otto regioni dei due Paesi baltici. Con 64 milioni di euro impegnati dal Fesr e 11 milioni di cofinanziamento nazionale, si è puntato da un lato a incoraggiare lo sviluppo socio-economico e la competitività della regione, dall’altro al potenziamento di un ambiente vitale attrattivo e allo sviluppo delle comunità sostenibili.

Era attivo il Po lituano-polacco: finanziato dal Fesr per 71,7 milioni di euro, serviva per spingere lo sviluppo sostenibile delle regioni di frontiera, creando un’area transfrontaliera competitiva. C’è stato anche il Po estone-lettone (38 milioni di euro di fondi Fesr per promuovere l’imprenditoria in sei regioni), l’accordo “smart” per l’agricoltura della regione baltica (con Danimarca, Polonia, Finlandia e Svezia, per un totale di 3 milioni di euro di fondi Fesr) e il programma del Baltico meridionale per lo sviluppo sostenibile di alcune regioni danesi, tedesche, lituane, svedesi e polacche (60 milioni di fondi Fesr).

E la Sicilia? A parte l’enorme Po mediterraneo (che coinvolge quasi tutte le regioni Ue che si affacciano sul mare), il programma più importante è quello che la vede unita a Malta: 30 milioni per progetti di sviluppo sostenibile e ambiente. Secondo il sito italiamalta.eu, che si occupa del Po, al 30 giugno 2014 sui 33,7 milioni stanziati, 17,8 sono stati erogati, di cui 15,2 provenienti dal Fesr. Si era parlato anche di fondo per le Isole, o di fondo per lo Ionio, ma alla fine non se n’è fatto niente: e la Sicilia rimane sempre più isolata.

dal Quotidiano di Sicilia, p.7

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