Il teatro sociale come mezzo per stimolare l’integrazione

CATANIA – C’è un laboratorio teatrale a Catania che vuole andare oltre la rappresentazione di un testo su una scena, puntando tutto sulla funzione sociale di questo mezzo. Dal 2003, l’Arci Catania lavora per l’integrazione di siciliani e stranieri attraverso il teatro sociale, un modo per scoprire le potenzialità comunicative del proprio corpo e nel contempo relazionarsi con gli altri. Il tutto è gratis e si svolge una volta a settimana, nei locali dell’associazione Officina Rebelde, a due passi dal Teatro Massimo.
Il progetto è stato ideato ed è tutt’ora condotto da Mariagiovanna Italia, già presidentessa dell’Arci provinciale. La seguono un gruppo eterogeneo di ragazzi dai vent’anni in su, provenienti dai quattro angoli del mondo (Pakistan e Argentina, penisola Iberica e Grecia, Senegal e Marocco, oltre a molti siciliani) e che la coadiuvano anche nell’organizzazione e negli eventi collaterali.

La settimana passata si sono uniti al gruppo i performer britannici Lydia Coen Mason e Neil Puttick. Provenienti da Bristol, erano ospiti del gruppo che segue il teatro dell’oppresso, un corso parallelo tenuto sempre dalla Italia ma che vede coinvolti molti dei partecipanti al teatro sociale. Insieme, domenica 23 marzo, hanno partecipato a una performance di denuncia sociale, che si è svolta tra il Castello Ursino e piazza Borsellino e che ha coinvolto anche i passanti.

“Quando ho iniziato – spiega Mariagiovanna Italia – ero convinta che potesse essere una bella attività d’integrazione. Il primo e secondo anno è stato un laboratorio classico, ma qualcosa non funzionava. Ho scoperto che mi interessava di più la riappropriazione dei mezzi di espressione teatrale da parte del popolo: ne parlava il padre del teatro dell’oppresso, Augusto Boal, che sosteneva che le persone sono fatte di corpo, sguardo ed espressione non verbale e non sono solo i professionisti a dover usare questi elementi. Riuscire a lavorare sulla comunicazione che vada oltre la parola, fondamentale per il teatro interculturale, serve a scardinare meccanismi più alti, si va oltre l’integrazione. Così si può comunicare in una forma diversa, prima ancora della lingua. Solo dopo la parola si impiega e acquisisce un senso diverso”.

Questo nuovo senso diventa così evidente: l’integrazione va oltre la semplice convivenza sullo stesso territorio.

dal Quotidiano di Sicilia, p. 23

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