Fuori dalla Pa i precari raccomandati

PALERMO – I precari della Pa sono a ondate al centro dell’attenzione, alternativamente dei sindacati e della politica, a seconda dell’aria che tira. Da un lato, sono schiacciati dall’art. 97 della Costituzione: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”, sancisce la Carta del 1948, eppure tutti loro lavorano nel settore pubblico per chiamata diretta o politiche sociali, non certo per aver passato un esame. Dall’altro, sono stati sedotti e abbandonati dalla peggiore politica clientelare italiana, che ora si ritrova a dover risolvere le magagne che lei stessa ha causato negli ultimi vent’anni e non sa bene come.
Ci sta provando il governo di Enrico Letta, che la settimana scorsa ha approvato il decreto sulla Pubblica amministrazione. L’art. 4 del Dl 101 del 31 agosto scorso parla infatti delle disposizioni della “limitazione a proroghe di contratti e all’uso del lavoro flessibile nel pubblico impiego”.
“Si avvia un processo – ha dichiarato il premier in conferenza stampa – di parziale inserimento di precari, previa una procedura altamente selettiva perché bisogna applicare la Costituzione, e cercheremo di far sì che nella fase di conversione e applicazione del decreto avvenga il censimento di tutte le situazioni di precariato nella Pubblica amministrazione. Così si decide di dare una soluzione strutturale al tema del precariato nella Pa”.
La novità più eclatante è il concorso che gli Enti locali potranno bandire entro il 31 dicembre 2015: il 50 per cento dei posti sarà infatti riservato per l’accesso di quei candidati che abbiano lavorato per almeno tre degli ultimi cinque anni con contratti a tempo determinato nella Pubblica amministrazione (comma 6). Il tutto, ovviamente, se ci sono le risorse finanziarie per poter effettuare delle assunzioni.
Belle parole che finora hanno trovato una difficile applicazione nella pratica. Il censimento, comunque, si rende necessario per chiarire l’esatto numero. La Corte dei Conti, nella relazione sul rendiconto della Regione siciliana esercizio finanziario 2012, ne censisce tra quelli in servizio presso la Regione 41 tra i dirigenti e 614 tra il personale di comparto (655 in totale), oltre ai 18.025 dislocati negli Enti locali. Oltre 251 milioni sono stati sborsati per loro nel solo 2012. Ma ce n’è molti altri che pesano direttamente sulle casse della Regione attraverso partecipate, Enti e i mille rivoli nascosti della spesa pubblica e che fanno alzare la cifra ben oltre i 20 mila. Parliamo dei 6.942 al servizio del Corpo forestale della Regione (92 milioni di euro di costo) e dei 17.094 ingaggiati dall’Azienda regionale foreste demaniali, ma anche di quelli impiegati nella Formazione, che ammonterebbero a 2.000 unità, ai 150 degli Sportelli multifunzionali (censiti da una commissione d’indagine dell’Ars lo scorso anno), ai 3.516 ex Pip. E ancora i Lavoratori socialmente utili (Lsu e Asu), il cui numero si aggira sui 13 mila. Recentemente, il vice presidente dell’Ars Antonio Venturino ha addirittura affermato che potrebbero essere 100 mila, solo in Sicilia.
“Il numero esatto non lo sa nessuno – spiega al QdS il deputato regionale del gruppo misto –. Se consideriamo tutti, ci sono tante di quelle sigle che il numero dev’essere quello. Nei primi mesi in commissione Formazione e lavoro abbiamo assistito a una serie interminabile di audizioni che hanno fatto emergere il problema. Non so se questa legislatura riuscirà porre fine al problema, ma ho presentato un Ddl in materia che sarà valutato anche alla luce del Dl 101. Il problema ha assunto dimensioni esagerate perché la politica lo ha permesso. Oggi si va avanti con proroghe su proroghe e il mio timore è che ne arriverà un’altra a dicembre; in più, i politici in 15-20 anni hanno creato una normativa che nemmeno un azzeccagarbugli potrebbe capirne qualcosa”. Al ritorno in aula, il 18 settembre, si parlerà comunque anche di altri due Ddl (461 e 462/2013) che riguardano ancora i precari. Intanto, l’ultima proroga è stata avallata anche dal comma 4 dell’art. 4 della L. 85/2013 (ex decreto “proroga precari”): fino al 31 dicembre i contratti sono garantiti. Poi chissà.
Intanto, i magistrati contabili ogni anno devono scrivere del problema, ripetendo gli stessi concetti. “Le dimensioni assunte dal fenomeno del precariato in Sicilia – segnalavano i magistrati della Corte dei Conti siciliana – hanno condizionato, nel tempo, le politiche assunzionali in modo decisivo, determinando l’assoluta chiusura alle opportunità di reclutamento attraverso le ordinarie procedure concorsuali, sostituite da annosi percorsi di stabilizzazione”. Inoltre, gli stessi magistrati hanno ricordato che è impossibile aggirare il concorso: “Il necessario rispetto” delle regole, scrivono, “esclude la possibilità di procedere a ‘trasformazioni’ del precedente rapporto contrattuale precario, o ad automatismi di sorta”.
Eppure le dichiarazioni ufficiali dei politici, a livello regionale e nazionale, vertono quasi esclusivamente sulla possibilità di stabilizzazione. “La misura – spiegava il governatore Crocetta, parlando dell’ex decreto ‘proroga precati’ –, che riguarda circa 20.000 lavoratori, consente di cominciare ad avviare un confronto con il Governo e le organizzazioni sindacali, per individuare soluzioni definitive per il problema del precariato che si trascina da oltre 25 anni”. Intanto, però, le risorse che potrebbero essere utilizzate per investimenti in favore dello sviluppo sono parcheggiate e diventano improduttive.
Che l’intenzione bipartisan sia trovare un modo per non lasciare nessuno a casa, in barba alla Costituzione e al concorso di cui tutti parlano, sembra evincersi anche dall’indizione di un tavolo tecnico tra il ministro della Pa, retto da Gianpiero D’Alia, e la Regione. Si tenterà di trovare una via per applicare la normativa nazionale alla variegata realtà siciliana. Non è escluso che i concorsi possano alla fine risolversi così in una semplice formalità tutt’altro che meritocratica.

PALERMO – Il caso più eclatante della distorsione creata dal precariato negli Enti locali siciliani è quello dei lavoratori assunti con i Piani di inserimento professionale. Gli “ex Pip”, che oggi sono 3.516 e quando si iniziò il programma, a fine anni novanta erano un terzo. Dando seguito a promesse elettorali, con la scusa della perenne emergenza occupazionale e dell’assunzione di soggetti svantaggiati, si proseguì a ingrassare le fila dei precari fino a giungere all’astronomico numero attuale, “promuovendoli”, addirittura, da dipendenti del Comune di Palermo a stipendiati direttamente dalla Regione. Oggi il loro compito è occuparsi dei progetti promossi dal Comune di Palermo nell’ambito di “Emergenza Palermo”.
L’art. 43 della Lr. 9/2013, l’ultima Finanziaria regionale, ha riservato agli ex Pip (almeno a quelli che “presentino al Centro per l’impiego competente dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, per lo svolgimento di attività di interesse pubblico e sociale” ed esclusi coloro i quali “si rendano responsabili di azioni contrarie all’ordine pubblico e/o al patrimonio e/o alle persone”) 24 milioni di euro: si tratta di un assegno di sostegno al reddito, con 20 milioni provenienti dai veri e propri Pip e quattro dalle risorse ordinarie.
Tra denunce e proclami (negli ultimi mesi la polemica si è concentrata sulle generalità di alcuni degli ex Pip, carcerati, pregiudicati o legati alla mafia), il governatore Crocetta ha cercato di ristabilire l’equilibrio, malgrado la notizia delle indennità di 600 euro percepite anche da chi non lavora.
“Se non vogliono andare a lavorare – ha affermato – dobbiamo dare loro i soldi gratis? La solidarietà va data ma a chi vuole fare il proprio dovere. Se qualcuno pensa di voler vivere alle spalle della collettività, è chiaro che noi non possiamo permetterlo. Questo sarebbe un abuso netto, è un furto che viene fatto nei confronti di tutti i cittadini e non va assolutamente permesso. Perché se oggi noi ereditiamo una regione che si trova nelle ultime classifiche europee questo è dovuto a questo lassismo di lasciar fare sempre”.

PALERMO – La posizione del Governo regionale sul tema dei precari è controversa. Da un lato, infatti, si cerca di tutelare le famiglie coinvolte: gettarne 22 mila per la strada avrebbe ricadute pesantissime sul tessuto sociale. D’altra parte, si cerca di capire come salvaguardare chi veramente è utile per gli Enti locali e chi è veramente nell’indigenza. Durante il forum con il QdS del 2 agosto scorso con l’assessore al Lavoro, Ester Bonafede, si è parlato a lungo dell’argomento.
Secondo l’assessore, per rimettere in moto l’economia “quello che possiamo fare immediatamente è arginare il fenomeno della mancanza di lavoro”. Il suo obiettivo, in sintonia con Crocetta, è quello di sostenere chi non ha lavoro o chi l’ha perso e perciò centinaia di milioni sono stati impegnati nell’ultima Finanziaria proprio per i precari.
“Il precariato di cui stiamo parlando – ha proseguito Bonafede – è quello di chi lavora negli Enti locali, quindi non è assistenza sociale. Sono persone che lavorano a tutti gli effetti nei vari Enti e che non sarebbero neanche sostituibili, se non con lo stesso ruolo, ma non con le stesse competenze che sono il capitale umano. Noi stiamo studiando insieme al ministro della Pa un piano straordinario di riordino del precariato, che tenga conto di un censimento reale che stiamo effettuando su tutti i Comuni. Un piano che analizzi e quindi ordini, per ogni Comune, dalla pianta organica alla catalogazione della famiglia di appartenenza del precariato, che è composito e complesso”.
Il problema normativo è su più livelli: “Noi in materia di lavoro abbiamo una legislazione concorrente con lo Stato: la proposta del ministero – che loro chiamano multi-norme – è quello di puntare, attraverso concorsi regionali che premino anche le eccezionalità, a un graduale assorbimento di questi precari”. Per ciò che riguarda l’art. 97, sull’obbligatorietà dei concorsi per lavorare nel pubblico, “È sicuro che ci sarà un analisi che tenga conto del principio di pari opportunità, perché non ci può essere una discriminazione assoluta”, conclude Bonafede.

dal Quotidiano di Sicilia, p. 7

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