Ue: Sicilia, ultima regione d’Italia

PALERMO – La Sicilia negli ultimi anni è stata protagonista di un lento e inesorabile declino. Nulla di nuovo per chi vive nel pieno della crisi nell’Isola al centro del Mediterraneo, ma ora si può approfondire questa considerazione mettendo a confronto la situazione siciliana con quella di tutte le altre regioni europee, ricche, povere, dinamiche o stagnanti. Ad agosto è stato pubblicato l’Indice di competitività regionale (in inglese Regional Competitiveness Index, Rci) 2013, stilato dai tecnici della Commissione europea e, benché sia ancora in versione draft (bozza), si tratta di un documento molto dettagliato.

Il Rci, sviluppato nel 2010 per misurare le diverse dimensioni della competitività a livello regionale, è diretto discendente dell’Indice di competitività europeo (Eci, che considerava dei parametri diversi ma con lo stesso fine), pubblicato nel 2004 e nel 2007. A cadenza triennale, quindi, la fotografia dei punti di forza e debolezza di ognuna delle regioni statistiche fornisce dei consigli su quali settori debbano essere potenziati per rinforzare anche la competitività regionale e, di rimbalzo, nazionale.

Paola Annoni e Lewis Dijkstra, che hanno firmato il lavoro, hanno analizzato undici fattori: istituzioni, stabilità macroeconomica, infrastrutture, sanità e salute, istruzione di base, istruzione superiore e programma di apprendimento permanente, efficienza del mercato del lavoro, dimensione del mercato, preparazione tecnologica familiare e d’impresa, complessità degli affari e innovazione. In realtà, è un pot-pourri che ha suscitato anche critiche sulla reale rilevanza di alcuni aspetti per delineare la competitività, concetto che, secondo Marco Fortis sul Sole 24 Ore, è stato addirittura “snaturato”. Un giudizio sui vari aspetti delle regioni europee è stato comunque espresso, consentendo di fare una comparazione che, critiche a parte, ha una sua autorevolezza.

La notizia eclatante è stata il “declassamento” della Lombardia, ma non è passato inosservato nemmeno il triste 235º posto (su 262 aree considerate) della Sicilia, ultima regione d’Italia secondo le statistiche della Commissione. Non è tanto il problema di essere tra le ultime regioni europee a spiccare, quanto il progressivo declino che si registra dal primo indice del 2004 a oggi. È cambiato il numero di regioni considerate, così la Sicilia è scivolata progressivamente, sia in termini assoluti che in termini relativi. Il ruolino di marcia è sconsolante: 86ª su 91 nel 2004, 97ª su 118 nel 2007, 213ª su 268 nel 2010 fino al 235º posto su 262 quest’anno. Se facciamo la proporzione su una scala da 1 a 100, è come se la Sicilia fosse passata dall’82º posto del 2007 al 90º posto del 2013.

È interessante vedere come negli ultimi due Governi regionali (Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo), prima dell’avvento di Rosario Crocetta, la Sicilia si sia affossata, anche confrontando la situazione con un Paese baltico uscito dal regime sovietico ma schizzato in breve tempo dalle ultime posizioni a una “metà classifica” rassicurante. Il riferimento è all’Estonia, Paese grande quasi il doppio della Sicilia ma con meno di un terzo della sua popolazione. Nel 2007, fresca d’ingresso nell’Ue, era nella top ten delle regioni meno competitive d’Europa. Solo un assaggio dei cambiamenti dell’Estonia negli ultimi anni è il Pil pro capite, passato dai 9.871 euro di allora ai 15.270 euro del 2011. La crescita è stata eclatante: dal 109º posto su 118 nel 2007, al 162º su 268 nel 2010 e al 148º su 262 nel 2013. Su una scala da 1 a 100, l’Estonia è passata dal 92º al 56º posto, un bel balzo.

La differenza tra l’Estonia e la Sicilia è un po’ in tutti i campi. Le istituzioni, per iniziare: 101 posti nell’indice dividono le due aree per la percezione della corruzione, qualità delle forze di polizia, dell’istruzione e della sanità, correttezza delle elezioni e neutralità dei mass media. Per le infrastrutture (accessibilità alle autostrade e alle ferrovie, passeggeri dei voli), la Sicilia registra ben 41 posizioni più dell’Estonia. L’efficienza del mercato del lavoro si misura tra tassi di impiego, presenza di neet, differenze di genere e anche qui le prestazioni estoni sono migliori: 179ª l’Estonia, 251ª la Sicilia. L’innovazione coinvolge criteri che riguardano i brevetti, le competenze dei lavoratori, le pubblicazioni scientifiche e la spesa in ricerca e sviluppo, altro punto debole della Sicilia, che finisce 211ª contro l’81º posto dell’Estonia. In breve: anche un Paese uscito appena vent’anni fa dalla cappa sovietica è riuscito a crescere più della Sicilia, che beneficia da molti più anni anche di Fondi europei poco e male spesi per poter colmare il gap di sviluppo.

La Commissione accetterà entro la fine di settembre i commenti su questa bozza di relazione e la versione finale li terrà in considerazione. Crocetta, se ha qualcosa da obiettare, si affretti.

 

Roberto Quartarone

Twitter: @rojoazul86

 

PALERMO – Comparando le ultime due fredde classifiche della Commissione europea, il crollo della Sicilia dopo il governo di Raffaele Lombardo è lampante. Le 22 posizioni perse tra il Rci 2010 e il Rci 2013 sono frutto dei crolli clamorosi nella voce che riguarda le istituzioni, ad esempio: 73 piazze in meno, quindi una macchina burocratica che per Bruxelles è rallentata da corruzione e disservizi nell’istruzione. Nella salute e qualità della vita, invece, sembra che la situazione siciliana si sia mantenuta a un buon livello, anche se è scivolata dal 20º posto assoluto al 98º.

È rimasta stabile la situazione che riguarda l’educazione superiore e i programmi d’apprendimento permanente (numero di diplomati e laureati, distanza media dalle università): la Sicilia ha recuperato addirittura una posizione, dal 241º al 240º posto. Anche in efficienza del mercato del lavoro la situazione è leggermente migliorata, passando dal 262º al 251º posto. Si perdono posizioni preziose per la grandezza del mercato (-67, riguarda le connessioni tra popolazione e Pil). Aumenta la performance sulla complessità degli affari (ovvero gli indici sul numero di impiegati nelle attività finanziarie, scientifiche, tecniche e altri settori): dal 230º all’88º posto. Un crollo si registra infine nell’innovazione: dal 172º al 211º posto.

La vasta gamma di parametri presi in considerazione probabilmente non fornisce pienamente un’idea sull’effettiva competitività delle regioni europee, creando delle situazioni un po’ bizzarre. Basti pensare che tra le regioni più competitive della Sicilia il Rci considera aree in via di apertura al mondo come l’Extremadura spagnola, l’Algarve portoghese o il voivodato della Grande Polonia, oltre ad altre isole come la Corsica, Malta, Cipro e la Sardegna. E le differenze qualche dubbio sull’effettiva affidabilità dell’indice lo fanno nascere, anche se la fotografia per la Sicilia appare, purtroppo, più che verosimile.

 dal Quotidiano di Sicilia, p. 7

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