Piattaforme offshore, passa la direttiva Ue sulla sicurezza dell’esplorazione di petrolio

STRASBURGO (Francia) – È passata la direttiva sulla sicurezza dell’esplorazione in mare per petrolio e gas alla plenaria del Parlamento europeo. Mentre nel canale di Sicilia aumentano le mire dei petrolieri (Northern Petroleum e Shell tra gli ultimi) e Greenpeace continua a sostenere il fronte del no alle trivelle, l’Unione europea sta lavorando almeno per evitare che accadano disastri come quello della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon dell’aprile 2010.
Non si tratta di limitazioni alle esplorazioni, né di rallentare la corsa all’oro nero, ma solo di garantire più sicurezza, attraverso una direttiva che dovrà essere recepita entro due anni dalle legislazioni nazionali e che obbliga le compagnie a dimostrare la loro capacità di coprire le passività potenziali derivanti dalla loro attività. In pratica, se sporchi o distruggi paghi, senza spendere denaro pubblico. Inoltre, prima di poter ottenere una licenza per perforare i petrolieri dovranno presentare i principali rapporti di rischio e situazioni di emergenza.
“Abbiamo bisogno – ha dichiarato Ivo Belet, eurodeputato belga del Partito popolare – di standard più importanti quando si tratta di gestione del rischio. Siamo convinti che le regole che stiamo approvando ora possano diventare un modello a livello internazionale”. Il suo testo ricalca l’accordo con il Consiglio europeo ed è passato a larga maggioranza, malgrado un centinaio di voti contrari. Questo potenziale modello internazionale parte dall’idea che le piattaforme per l’estrazione di gas e petrolio debbano poter contare sulle “risorse fisiche, umane e finanziarie” per far fronte agli incidenti, anche a quelli più gravi, ovviamente seguendo delle misure adeguate. La prova di poter far fronte all’emergenza dev’essere dimostrata al momento della richiesta di poter effettuare le trivellazione, insieme a una relazione speciale sui grandi rischi che potrebbero incorrere. Per le piattaforme offshore già esistenti, invece, ci saranno cinque anni a disposizione per adeguarsi alla nuova normativa.
Sono previsti due piani di emergenza: uno a uso interno, per tutelare i lavoratori e anche avvertire per tempo le autorità competenti; uno a uso esterno. Quest’ultimo è invece compito degli Stati membri, deve contenere il ruolo delle compagnie petrolifere e di chi opererà in caso d’emergenza e dovranno essere messi a disposizione di tutti (senza però ledere interessi economici o la sicurezza delle piattaforme, quindi non tutte le informazioni saranno trasparenti).
Malgrado l’interesse diretto che l’argomento riveste per il futuro dell’Isola, nessuno degli eurodeputati siciliani è intervenuto durante il dibattito di lunedì.
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