Violenza domestica, l’isolamento della vittima aiuta il carnefice

PALERMO – Sfortunatamente, è un tema che torna d’attualità con una frequenza assimilabile a quella dei bollettini di guerra. La storia che ha avuto più clamore, di recente, è quella della ventenne Vanessa Scialfa, strangolata dal convivente trentaquattrenne sotto l’effetto della cocaina. Ma c’è anche Maria Enza Anicito: l’omicidio è stato commesso a Paternò dall’ex convivente, che poi si è tolto la vita con la stessa pistola con cui ha commesso il delitto. O Stefania Noce: l’ex fidanzato l’ha uccisa insieme al nonno.

 

Le iniziative di singoli cittadini e associazioni, intanto, si moltiplicano. Il movimento “Se non ora quando” è sempre molto attivo e in Sicilia è riuscito a coinvolgere il candidato a sindaco di Palermo Fabrizio Ferrandelli (“Bisogna fare ancora molta strada – dichiarava prima delle elezioni –, e che questa strada deve iniziare dalla sconfitta dell’indifferenza”) e varie personalità. Sulla carta stampata, anche Roberto Saviano si è fatto sentire: “La causa – ha scritto su la Repubblica riferendosi alla morte di Vanessa Scialfa – è il modo di stare al mondo di questi uomini. Considerano la donna un territorio da possedere, da occupare, e infine, da bonificare. Nessuno di questi tre verbi ha a che fare con l’amore”.

 

Proprio a Enna, dov’è morta, la Scialfa e le 360 vittime di violenza contro le donne uccise tra il 2008 e il 2010 sono state ricordate con un’installazione organizzata dall’associazione Donne insieme: “Dovevamo gridare – ha spiegato alle telecamere la presidentessa Maria Grasso – che il femminicidio va combattuto dalle istituzioni, chiediamo che lo Stato si faccia carico delle iniziative».

 

E di femminicidio parlano apertamente i centri antiviolenza che aderiscono alla rete DiRe (che si riferiscono al numero nazionale 1522) nella lettera aperta che hanno consegnato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo scorso 15 maggio. L’obiettivo primario è quello di sensibilizzare le istituzioni che, malgrado i proclami, spesso fanno (o possono fare) ben poco. E, mentre nelle Marche la Regione ha stanziato 107 mila euro per aiutare le associazioni che combattono il fenomeno, in Sicilia poco si muove.

 

Aver indirizzato la lettera anche al presidente della Regione Raffaele Lombardo e ai presidenti delle Province di Palermo e Catania e ai sindaci dei due Comuni punta a far leva sui numeri che la violenza contro le donne registra. “A fine aprile del 2007 – si legge – erano 29 le donne uccise, oggi sono 56. Una cifra ancor più grave perché lascia fuori il dato del sommerso: donne che per mancanza di reti e progetti non riescono a ricevere alcun aiuto”. Considerando che, secondo l’Istat, sono 7 milioni le donne tra i 16 e i 70 anni (solo in Italia) che hanno subito almeno una violenza di genere nella vita, si capisce quanto questi numeri siano appena la punta di un iceberg.

 

Le proposte che portano i centri del DiRe sono due e chiare: un rafforzamento della prevenzione e della lotta non tagliando i fondi e firmando la Convenzione europea per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. “Solo così – conclude la lettera aperta – sarà possibile dare una risposta concreta all’orrore dei numeri”.

 

La sensibilizzazione viaggia su Twitter 

 

PALERMO – “Il primo istinto è startene buona: ti convinci che se non fai storie lui si calmerà, che devi solo aiutarlo a cambiare”. È questa una delle testimonianze raccolte in un’inchiesta pubblicata dal Corriere della sera del 17 maggio scorso. “Non sta succedendo a me” (questo il titolo dell’articolo poi riproposto sul blog “La 27esima ora”) ha dato avvio a una campagna sul social network Twitter, seguendo l’hashtag #nonsuccedeame. L’obiettivo è quello di raccogliere le testimonianze dirette, ma anche di condividere gli altri articoli pubblicati e rendere note le analisi e le opinioni degli esperti.

 

Anche perché ancora ciò che manca in Italia è la cultura della denuncia. In Inghilterra, riporta l’inchiesta, il 35 per cento delle donne che subiscono violenza denunciano, in Italia solo 7 su 100. In più, mentre l’Unione europea prescrive che ci vorrebbero almeno 5.000 posti letto per le donne che hanno bisogno d’aiuto, in Italia si arriva a stento a 500. E i centri antiviolenza hanno continuamente di essere aiutati, quando in realtà dovrebbero solo aiutare.

dal Quotidiano di Sicilia, p. 23

 

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