Il 23% delle siciliane vittime di violenza

PALERMO – Sono 58 i centri contro la violenza sulle donne soci dell’Associazione D.i.Re., “Donne in Rete contro la violenza”, fondata nel 2008. “Il DiRe raccoglie i centri riconosciuti a livello nazionale – spiega Carmen Currò, presidente del Cedav, Centro Donne Antiviolenza – che dialogano con il ministero delle pari opportunità e seguono dei protocolli comuni”. “Seguono dei criteri – aggiunge Vittoria Messina, presidente de Le Onde –: dev’essere un centro gestito da un’associazione di donne, attivo da almeno 5 anni, che sostenga donne vittime di maltrattamenti con attività mirate. Sono tutti centri non istituzionali e onlus”.
È il Dipartimento per le Pari Opportunità che coordina; nel 2006 ha attivato il 1522, un servizio telefonico gratuito, multilingue che risponde 24 ore al giorno. Tutti i centri che aderiscono al 1522 entrano a far parte della Mappatura Nazionale, attraverso cui si possono offrire le informazioni utili per uscire da una situazione di violenza e un orientamento sui servizi socio-sanitari a livello locale. In Sicilia, sono tre le socie: Cedav di Messina (nata nell‘89), Le Onde di Palermo (’92) e Thamaia di Catania (’03). Al loro fianco, esistono molti più centri, fuori dal DiRe, come La Nereide (’96) e la Rete Centri Antiviolenza di Siracusa (’02), che hanno aderito alla carta della rete nazionale dei centri antiviolenza e delle case delle donne). In totale, nel 2010 questi centri hanno seguito circa 1.000 casi.
Più o meno, obiettivi e mezzi sono gli stessi per tutti i centri. “Cerchiamo la professionalità – prosegue Carmen Currò – e contiamo su volontarie: operatrici, assistenti sociali, psicologhe, avvocati, pedagogiste. I centri operano con un’accoglienza diurna, con filtro telefonico o ricevendo i casi inviati dai servizi sociali o dalle forze dell’ordine; si parte da un colloquio con le operatrici e se c’è necessità subentrano altri professionisti. Ogni caso è seguito come fosse unico, fino alla soluzione”.
“L’obiettivo è di creare un “luogo altro” – spiega la presidente di Thamaia Pina Ferraro -, in cui le donne possano raccontare ed essere ascoltate, acquisiscano la consapevolezza delle qualità per uscire da sole dalla violenza o per costruire insieme a un’operatrice un progetto per tornare ad avere un’autonomia personale”.
“Il centro accoglienza – approfondisce Vittoria Messina – fa una prima valutazione della donna, del suo desiderio di uscire dalla violenza e delle risorse attive in lei e nel territorio. Le consulenze legali e psicologiche, l’inserimento in tirocini formativi o l’ospitalità in case a indirizzo segreto sono i servizi successivi”. “Si fa molto lavoro di sensibilizzazione – interviene Maria Grazia Patronaggio de Le Onde –. Come esperte pianifichiamo varie azioni con gli enti locali, ci occupiamo anche di progetti per le immigrate e della formazione degli operatori regionali accreditati”.
Il lavoro degli altri centri è altrettanto qualificato. “Di recente – spiega Adriana Prazio de La Nereide – abbiamo partecipato al progetto Stop e abbiamo attivato lo Sportello Rosa Inpdap”. “Abbiamo costituito una rete con vari presidî – spiega Raffaella Mauceri della Rete Centri Antiviolenza – e abbiamo un servizio telefonico 24h”.
La distribuzione dei centri antiviolenza è molto diseguale. In Piemonte, simile alla Sicilia per dimensione e abitanti, ad esempio non ci sono centri soci del Di.Re. C’è un solo centro che è segnalato tra quelli che aderiscono alla carta della rete nazionale, l’Associazione Volontarie del Telefono Rosa. «Non è detto che la lista sia esaustiva – spiega la presidente, Lella Menzio – perché sappiamo che non è il nostro non è unico centro”.
Ciononostante, il Telefono Rosa di Torino è un punto di riferimento non solo a livello regionale, arrivando richieste anche da altre regioni poi orientate ad altri enti. “In concreto, oltre la sede, gestiamo un punto di accoglienza, ascolto e accompagnamento presso la stazione e inoltre disponiamo di un camper itinerante per la provincia. Inoltre ci occupiamo di una casa di accoglienza per donne vittime di violenza o maltrattamenti dimesse dai pronto soccorso”.
Gli interventi sono molto più numerosi che in Sicilia. “Ogni anno riceviamo tra i 600 e i 1000 casi in sede, 2000 contatti al camper (per problemi anche lavorativi) e 12000 in stazione (anche per campagne di sensibilizzazione). Qui, le azioni comunque sono di più, coinvolgono le istituzioni e ciò rende più probabile comunicare, denunciare, allontanarsi dalla violenza”.


Istat, i dati sono fermi al 2006
Sono fermi al 2006 i dati dell’Istat sul fenomeno della violenza sulle donne, resi noti con la pubblicazione del rapporto del Ministero della Salute “Verso un piano di azioni per la promozione e la tutela della salute delle donne e dei bambini” (8 marzo 2007) e dell’indagine nel volume “La violenza contro le donne” (edito nel 2008).
Bisogna considerare che a livello mondiale “la violenza contro le donne tra i 15 e i 44 anni uccide quanto il cancro” e che in Europa «si stima che una donna su quattro sia vittima di violenza domestica”, specifica il rapporto, mentre in Italia i dati del 2006 riportano che in media 32 donne ogni 100 ha subito una violenza fisica o sessuale, ovvero circa 7 milioni di individui (5 milioni vittime di violenze sessuali, 4 solo fisiche).
L’incidenza in Sicilia ha una percentuale ben al di sotto della media nazionale. Nell’Isola, il 23% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto una violenza (l’11,9% dal partner, il 16,6% da qualcun altro); inoltre, il 19,4% ha subito una violenza sessuale (nel 4,6% dei casi si è trattato di uno stupro, negli altri di tentativi, molestie o costrizioni) e il 16,6% una violenza fisica generica (dalle minacce alle percosse).
Si è lontani dalla situazione in Emilia Romagna (38,2% di vittime), ma c’è da dire che lo stesso rapporto dell’Istat indica che solo il 5,3% delle violenze domestiche è denunciato ed è facile immaginare che al Nord le donne siano più disponibili a presentarsi alle forze dell’ordine per il contesto culturale e sociale.
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