7.800 interruzioni di gravidanza nel 2009

PALERMO – È maggiorenne, tra i 25 e i 34 anni, senza figli, sposata, con la licenza media e casalinga; inoltre, la sua gravidanza non ha superato la decima settimana ed è passata dal servizio ostetrico ginecologico: è questo, a grandi linee, il ritratto della maggioranza delle donne siciliane che decidono di ricorrere all’Interruzione Volontaria di Gravidanza (Ivg), ossia all’aborto, come emerge dai dati del Ministero della Salute.
Nella relazione al Parlamento del 4 agosto, il ministro Ferruccio Fazio ha reso pubblici i dati preliminari del 2010 e definitivi del 2009: risulta che la tendenza al ricorso all’aborto sia in diminuzione da anni, con “un decremento del 50,9% rispetto al 1982” e che “il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati”; un dato da segnalare è la stabilizzazione del numero di aborti di cittadine straniere, comunque un terzo del totale.
In Sicilia, nel 2009 si sono avute circa 7800 ivg, con una media inferiore al dato nazionale. Il ministero usa degli indicatori, come il rapporto tra il numero di aborti e quello di nati vivi (per mille) e il rapporto tra aborti e donne in età feconda (per mille): nell’Isola sono rispettivamente 162,8 e 6,5, mentre in Italia sono 210 e 8,5.
I dati del Ministero puntano molto su come la prevenzione e l’informazione siano alla base di una diminuzione sostanziale del numero degli aborti negli ultimi trent’anni. In tutta Italia, il tasso di abortività (nella tabella il dato nazionale e quello della Sicilia) è crollato della metà dal 1982 al 2009 ed è in costante diminuzione; tra il 2008 e il 2009, infatti, il tasso è diminuito del 4,3% nell’Italia insulare e del 2,5% sull’intero territorio nazionale.
Differente è il peso dei dati riferiti a cittadine straniere, specialmente extracomunitarie, per cui è stato attuato un piano di finanziamenti volti ad aumentare l’informazione sui metodi contraccettivi e sull’Ivg stessa.
Sull’utilizzo del trattamento a base di mifepristone (la cosiddetta “pillola abortiva” o RU-486) e prostaglandine, ancora non esistono dati totali. Quelli comunicati, inviati su base volontaria, riguardano Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Marche, Trento e Puglia ed evidenziano che sono coinvolti solo lo 0,7% dei casi di interruzione di gravidanza; invece, non esistono ancora dati ufficiali sull’utilizzo in Sicilia.
I dati riferiti alle donne che fanno ricorso all’aborto sono molto differenti da regione a regione. In Sicilia sono più le sposate che le nubili a ricorrere all’aborto, mentre è opposta la media nazionale (anche se con poca differenza) e in Liguria, ad esempio, le nubili superano il 57% del totale. Se in Sicilia oltre la metà delle donne si è fermata alla terza media e poco più di un terzo ha un diploma, il dato nazionale è più livellato (rispettivamente 44% e 41%). L’occupazione in Sicilia è rispecchiata anche nell’aborto: il 25% ha un’occupazione, contro il 22% di inoccupate e disoccupate, il 40% di casalinghe e il 13% di studentesse (contro il 46, 17, 26 e 11% in Italia).
Gli aborti sono quasi sempre effettuati da donne che risiedono nella regione d’appartenenza (90% il dato nazionale, 97% in Sicilia), mentre la percentuale di interruzioni di gravidanza portate a termine da straniere è del 15,6, oltre la metà rispetto alla media nazionale (33%) e un terzo rispetto al dato del Veneto (46%).
Un dato interessante è quello dei consultori. La relazione spiega che ancora si è lontani dal numero fissato per legge (1 ogni 20.000 abitanti, contro gli 0,7 attuali), ma che il numero delle straniere che ne fa ricorso è in aumento. In Sicilia ne sono presenti 163, 0,6 ogni 20.000 abitanti, ma rilasciano appena il 14,5% delle certificazioni di idoneità all’aborto; la stragrande maggioranza proviene dal servizio ostetrico ginecologico. In definitiva, l’Isola segue la tendenza nazionale alla diminuzione del ricorso all’aborto grazie a una maggiore consapevolezza; la minore incidenza del numero delle straniere, tuttavia, è indice che in altre regioni le cittadine italiane ne fanno un uso ancora minore.


La polemica. “Preoccupanti i dati sugli obiettori di coscienza”
“I dati sull’obiezione di coscienza destano preoccupazione. C’è bisogno di arrivare almeno alla maggioranza dei medici e del personale sanitario non obiettore in tutte le Regioni. Si tratta di non penalizzare le donne, i medici e il personale sanitario che, non dichiarandosi obiettore, vedono ricadere solo su di loro il lavoro per le interruzioni di gravidanza” Cecilia Taranto, segretaria Fp Cgil, e Massimo Cozza, segretario Fp Cgil Medici.
“Nulla di nuovo dalla relazione del ministro Fazio se non la conferma che natalità non fa rima con abortività e che le donne italiane, soprattutto le minorenni, sono tra le più virtuose d’Europa. In altre parole in Italia si fa poco sesso, malgrado se ne parli molto, e la bassa natalità non c’entra niente con l’aborto”. Silvio Viale, ginecologo. “L’obiezione di coscienza sta diventando un problema organizzativo per Asl e direttori di ospedali. Questa opzione dovrebbe essere una clausola molto personale, e non altro, come ad esempio un modo di far carriera se anche il primario è obiettore. La 194 non trova automatismi applicativi, anzi, dietro ogni Ivg c’è un miracolo o un singolo con senso di responsabilità del proprio lavoro medico”. Donatella Poretti, senatrice dei Radicali.


Obiettori di coscienza, sono l’87%
Dopo un grande aumento, si è stabilizzato il numero di ginecologi, anestesisti e personale non medico che fanno valere l’”obiezione di coscienza”, ossia che si rifiutano di praticare l’aborto ad una paziente.
Su tutto il territorio nazionale, oltre i 2/3 dei medici e la metà tra anestesisti e personale non medico ne hanno usufruito.
Regolamentata dalla legge n.194 del 22 maggio 1978, l’obiezione di coscienza dei ginecologi è passata dal 58,7% del 2005 al 70,7% del 2009; nello stesso periodo, l’aumento per gli anestesisti e del personale non medico è stato del 6%. Se si eccettua la Valle d’Aosta (che ha un numero minimo di personale), tutte le regioni hanno più della metà dei ginecologi obiettori che oscillano fra il 52% dell’Emilia Romagna e l’85% della Basilicata. Per gli anestesisti, si va dal 28% della Toscana al 78% del Molise; per il personale non medico, dal 7% della Liguria all’87% della Sicilia.
Nell’Isola le obiezioni sono ai vertici delle percentuali nazionali: 541 ginecologi (82%), 526 anestesisti (76%) e 1426 infermieri. Il dato è abbastanza omogeneo con le regioni del Sud Italia, con il picco del personale non medico, che è il più alto in Italia sia in senso relativo che assoluto.
Il ministro Fazio ha riferito che “il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza nel ricorso all’IVG”. Tuttavia, questo è stato l’aspetto della relazione che ha suscitato più polemiche.
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