Ora e ancora

Il problema dell’ultimo album di Jovanotti è che ti fa sognare. Alcune sonorità di danno l’idea di un sogno, mi vedo in una medina araba in mezzo a tanti veli pieni di gingilli che tintinnano, mentre rincorro la musica e i suoi che provengono da “Tutto l’amore che ho”, per esempio. Durante “Amami” vedo chiaramente due amanti che si rincorrono tra le coperte che volano, in uno sfondo rosso e indistinto, “come se fossimo soli al mondo“. “La porta è aperta” e quindi sono sull’Alameda Apodaca e prendo il vento, in attesa di sentire la risposta.

Non sono mai andato pazzo per le canzoni d’amore, tutt’altro. “A te” è la canzone di Safari che meno ho ascoltato in assoluto. Quelle di Ora, però, sono diverse. Sono canzoni che hanno nerbo, hanno una schiena dritta e tanto tanto da dire. Lorenzo è scivolato verso una musica elettronica, tanto diversa dal rap dei tempi andati, dall’impegno sociale (praticamente assente nell’ultimo album, ed è un peccato), dalle poesie come “Serenata rap”. Si è fatta sempre più strada nella sua produzione quella sorta di canzone fatta di versi slegati fra loro, frasi lapidarie e postulati che danno un’idea, un’immagine che ti rimane.

“Amami” e “Tutto l’amore che ho” sono superbe. Non sono una storia, sono appunto una serie di frasi in cui la forma è ciò che conta, in cui la musica contundente è ciò che cattura l’attenzione e ti dà la dimensione dell’affanno, della ricerca, della volontà, dell’amore. Sono canzoni che ti dicono che manca qualcosa, che bisogna conquistarsi questo sentimento tanto forte. La seconda ha qualcosa di più dell’altra. “E se per caso dentro il caos ti avessi perso” è il motore di un’azione, cioè della ricerca dell’amata, di ciò che si fa per amore, anche se sono una serie d’iperboli che si risolvono nel “darò tutto l’amore che ho“. È differente “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang”, nella quale l’affanno si perde, l’amore è già un dato di fatto, e la musica è più canticchiabile e meno sperimentale.

È questa la vita che sognavo da bambino?” è la domanda che dovrebbero farsi tutti dopo i 25 anni, ma la risposta non la dà di certo “Megamix”. Ciò che dà la prima traccia è una serie di esempi dell’ingegno umano, del megamix delle capacità dell’uomo di superare gli ostacoli e trovare delle soluzioni e per poter superare i limiti. “È questa la vita che sognavo da bambino!” sembra affermare alla fine, una vita che non s’accontenta, che s’impegna e sa che può avere un successo che va oltre qualsiasi impedimento.

Inizia con colpi alla porta, con un po’ d’inquietudine mista a fretta, “La porta è aperta”. L’amore non è il centro, è il vento che prende per mano l’ascoltatore. La serie di sinestesie che accompagnano l’intera canzone e si concludono con “La voce che soffia nel vento / la sento” danno il ritmo al ritornello, ti spingono ad andare oltre i limiti, a guardare oltre, a superare la superficialità del primo acchito, della rinuncia alla pensare per cercare di dare un senso a tutto ciò che c’è attorno. “La mia ultima volta da solo / ho sentito una spinta alle spalle / un invito a mollare i bagagli” potrebbe sembrare un controsenso, ma è il perno della canzone: la spinta t’invita a viaggiare, anche in senso figurato, ad andare al di là della routine, ma lasciando i bagagli pieni dei preconcetti, dei pregiudizi, per affrontare la risposta del vento con ricettivi, pronti per comprenderla e assimilarla.

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