Anche in Marocco arriva la protesta araba

Algeria, Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Bahrain… Si allunga la lista dei paesi arabi dove le rivolte stanno cercando di cambiare una realtà che non sta più bene ai giovani. Anche il Marocco è stato toccato dall’ondata sin dal 18 febbraio, quando Tangeri, nel nord, è stata teatro di un corteo notturno organizzato da ATTAC, un movimento che propone la tassazione delle transazioni finanziarie internazionali. Il culmine si è raggiunto nella protesta del 20 febbraio, organizzata su Facebook e da giovani dei movimenti islamici, dai sindacati, da piccoli partiti di sinistra e da alcune Ong: ha coinvolto migliaia di persone in tutto il paese, con marce pacifiche e qualche disordine ancora a Tangeri e Marrakesh (alla fine si sono contati anche cinque morti). Anche il 26 febbraio i giovani sono tornati in strada al grido di “Giustizia, libertà, dignità!”, anche se in numero minore.

«Il Marocco ha alcune valvole di sfogo che non hanno Tunisia o Egitto – ha spiegato a “Diagonal” Bernabé García López, professore di storia dell’Islam dell’Università Autonoma di Madrid -. I giovani hanno la stessa apertura al mondo, ma la stampa è mediamente libera e ci sono dei partiti che canalizzano il malcontento. Ci sono dei limiti, ma il popolo ha perso la paura qualche anno fa e si esprime con più libertà. Inoltre la dinastia attuale ha 350 anni di vita e conserva un’aurea di sacralità per la metà della popolazione. Il re Mohammed VI ha fatto delle promesse per l’occupazione e ha frenato l’aumento dei prezzi, ma malgrado se ne parli da mesi non ha ancora cambiato il primo ministro, per evitare che sembri una decisione frutto della pressione sociale. Perché si produca un cambio, il re deve intraprendere una politica intelligente a lungo termine, con cambiamenti che al momento esige solo un’esigua élite».

Il ruolo del re è stato fondamentale negli ultimi anni: si è dimostrato un politico di ampie vedute, ha introdotto una riforma del diritto di famiglia, ha liberato dei prigionieri politici, si è schierato contro il fondamentalismo islamico. C’è tuttavia chi gli rimprovera che la spinta riformista dei primi anni di regno sia rallentata negli ultimi anni. «Ha fatto tanto per i più poveri e per il turismo – spiega Nizar, studente di diciannove anni –, la gente sta con lui». «Difficilmente si organizzerà qualcosa contro di lui – commentava prima della protesta Sʿaid, venticinquenne – ma c’è chi è in disaccordo con l’operato del governo».

In un paese pieno di contraddizioni come il Marocco, dove il richiamo dell’Occidente è forte ed è trainato dalla forza del turismo, ma anche dove la controversia sui Sahrawi è tabù, il popolo ora chiede una costituzione democratica (“Il popolo rifiuta una costituzione fatta per gli schiavi!” si gridava il 20 febbraio) e manifesta contro politici e partiti che li hanno delusi. «Ci rifiutiamo di cedere alla demagogia e all’improvvisazione per consolidare il modello di democrazie e sviluppo – è stata la risposta del re –. Abbiamo lavorato costantemente nella costruzione di una democrazia effettiva, che si sviluppa con uno sviluppo umano sostenibile». La democrazia, comunque, passa proprio dall’ascolto del popolo: presto si vedranno i risultati.

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