No alla violenza: in ricordo di Filippo Raciti

Venerdì 9 febbraio, tra le 2000 e le 3000 persone hanno preso parte ad una manifestazione annunciata come un modo per “porre energicamente la questione democratica” a Catania e per gridare “no alla violenza e al degrado sociale”. L’idea di questo incontro, chiamato nel volantino di presentazione “assemblea cittadina”, è nata per caso durante un corteo spontaneo di 100 giovani che sabato 3 febbraio hanno sfilato con un fiore in mano da piazza Roma a piazza Spedini contro l’indifferenza che in città ha circondato per ore la morte dell’ispettore capo di polizia Filippo Raciti.

L’assemblea ha cercato di dare voce al maggior numero possibile di persone per esprimere solidarietà alla famiglia Raciti, per dimostrare che Catania non si piega di fronte alla violenza, per denunciare il malfunzionamento di una città che da molto tempo ha perso il suo smalto. Il ricordo dell’ispettore è stato messo in risalto da un simbolico minuto di silenzio e dall’intervento del rappresentante del sindacato di polizia, che ha ammesso che si sarebbe potuta evitare la tragedia in quanto in passato lo stadio Massimino era stato segnalato come inadeguato. L’assemblea si è aperta con la lettura di un documento firmato da tutte le associazioni, in cui si condannano gli atti del dopo-derby del 2 febbraio, si formulano varie richieste (tra cui l’apertura di centri di aggregazione, l’attenzione per i giovani e il recupero dei beni della mafia da impiegare nel sociale) e si conclude con l’invito a «reagire e impegnarsi per far rinascere la nostra città». Uno striscione campeggia per tutta la serata nella tribuna sud: «Il riscatto parte da Librino». Proprio questo tema è quello che scalda di più l’assemblea nelle prime battute, soprattutto grazie alla testimonianza di un disoccupato di Librino che ha denunciato la miseria in cui vive una grande fetta della città e a cui nessuna amministrazione ha posto rimedio. Gli interventi successivi hanno sottolineato la solidarietà con le forze dell’ordine e con i “cugini” palermitani. Un pastore delle chiese evangeliche cita un detto siciliano: «A Sant’Aita prima c’arrubbanu, poi ci ficiru i canceddi», perché si aspetta sempre che accada qualcosa di grave per intervenire. Un frate domenicano invece se la prende con i favoritismi nella società e con le autorità che non avrebbero rispettato il lutto cittadino non sospendendo la festa di sant’Agata come si fece per la Guerra del Golfo. L’appello contro l’indifferenza è stato ripreso da più parti, anche da Rita Borsellino, leader del centro sinistra in Sicilia, che ha ricordato come «l’indifferenza uccida più della mafia.» Altri interventi importanti sono stati quelli del signor Caruso, responsabile del GAPA, che ha elogiato la democrazia dell’evento e la voglia di averla anche per tante altre piccole cose che passano inosservate in città, e quello di Orioles, giornalista ex braccio destro di Pippo Fava, che mette in relazione la reazione dei giovani alla morte del fondatore de “I Siciliani” con la reazione che oggi hanno avuto contro la violenza.

Il rischio che l’assemblea fosse strumentalizzata è stato altissimo e alcuni interventi possono essere considerati “border line”. Quello della Borsellino, malgrado le ottime premesse, si è condensato nella domanda: «Ci lamentiamo delle istituzioni, ma chi le ha votate?». Poco dopo un giovane ha denunciato la strumentalizzazione mostrando il simbolo del Partito Comunista, colpevole delle manifestazioni «in cui si inneggiava a “10, 100, 1000 Nāşirīyah”». Un altro giovane si è scagliato violentemente contro Forza Nuova, a suo dire tra le cause dell’odio contro la polizia. La presenza di varie componenti culturali, religiose e politiche ha comunque evitato di connotare l’assemblea, rendendola più una valvola di sfogo per tutti i problemi della città che rimangono insoluti e che sono sfociati prepotentemente in occasione di una giornata di follia in cui ha perso la vita un giovane poliziotto.

da Corridoio WebMagazine

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